Intervista a Onorato Rossi, autore del romanzo “L’angoscia di Dio (Il potere di un’idea)”.
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17/04/2026 | Bookpress
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Onorato Rossi nasce in Campania nel 1990; nel 2012 si trasferisce a Milano per frequentare la facoltà di Economia. Una profonda passione per la psicologia e per la filosofia lo accompagna alla laurea, dove presenta una tesi sulla “Leadership archetipica”, punto d'incontro tra studi accademici e personali. È un consulente finanziario ma non ha mai abbandonato la passione per la ricerca e l'analisi delle profondità interiori. Pubblica nel 2025 per bookabook “L'angoscia di Dio (Il potere di un'idea)”.
«Ci presenti il tuo romanzo L'angoscia di Dio (Il potere di un'idea)?» È la storia di un ragazzo che scopre quanto un'idea possa diventare una forza totalizzante. Non è un romanzo teologico, ma psicologico: segue il modo in cui un pensiero, se non contenuto, può trasformarsi in una gabbia. È un viaggio dentro una mente che cerca disperatamente un ordine, e trova invece l'ossessione.
«Magno è un personaggio sensibile e tormentato. Era già così nella tua idea iniziale?» Magno è nato fragile, ma non così complesso. La sua voce si è precisata scrivendo: più lo ascoltavo, più capivo che la sua sensibilità non era un tratto accessorio, ma il motore di tutto. È un personaggio che non “interpreto”: lo seguo.
«Il paese di provincia ha un ruolo centrale. In che modo influisce sulla sua identità?» La provincia è un amplificatore. È un luogo dove tutto risuona più forte: i silenzi, i giudizi, le attese. Per Magno diventa una lente deformante, un ambiente che lo costringe a guardarsi continuamente, fino a consumarsi.
«Quando il pensiero diventa controllo patologico? Qual è il punto di rottura?» Il punto di rottura arriva quando Magno smette di usare il pensiero per capire il mondo e comincia a usarlo per difendersi da esso. È un passaggio quasi impercettibile: un giorno l'idea ti serve, il giorno dopo ti comanda.
«Come va interpretata la figura di Dio nel titolo?» Dio è un simbolo, non un personaggio. È l'immagine di un Assoluto che Magno cerca per placare il caos interiore. Ma più tenta di afferrarlo, più l'Assoluto si trasforma in angoscia. È la metafora di un bisogno umano: dare un nome a ciò che ci supera.
«Lo stile del romanzo è molto particolare. Quanto è stato difficile restituire la mente ossessiva del protagonista?» La difficoltà era non cadere nella ripetizione sterile. Ho cercato un ritmo che imitasse l'ossessione senza soffocare il lettore: frasi che tornano, immagini che si deformano, un linguaggio che si avvolge su se stesso. È stato un lavoro di sottrazione più che di aggiunta.
«Hai temuto che il lettore potesse prendere distanza da un personaggio così turbato?» Sì, l'ho temuto. Ma credo che la vulnerabilità, se raccontata con sincerità, crei vicinanza. Magno è confuso, ma autentico. Non chiede di essere amato: chiede di essere visto. E spesso è proprio questo che ci lega ai personaggi più fragili.
Contatti
https://www.instagram.com/onoratorossi.pvt/
https://bookabook.it/libro/langoscia-di-dio-il-potere-di-unidea/
https://www.amazon.it/Langoscia-potere-unidea-Onorato-Rossi/dp/B0DMQ2XJ1Z
«Ci presenti il tuo romanzo L'angoscia di Dio (Il potere di un'idea)?» È la storia di un ragazzo che scopre quanto un'idea possa diventare una forza totalizzante. Non è un romanzo teologico, ma psicologico: segue il modo in cui un pensiero, se non contenuto, può trasformarsi in una gabbia. È un viaggio dentro una mente che cerca disperatamente un ordine, e trova invece l'ossessione.
«Magno è un personaggio sensibile e tormentato. Era già così nella tua idea iniziale?» Magno è nato fragile, ma non così complesso. La sua voce si è precisata scrivendo: più lo ascoltavo, più capivo che la sua sensibilità non era un tratto accessorio, ma il motore di tutto. È un personaggio che non “interpreto”: lo seguo.
«Il paese di provincia ha un ruolo centrale. In che modo influisce sulla sua identità?» La provincia è un amplificatore. È un luogo dove tutto risuona più forte: i silenzi, i giudizi, le attese. Per Magno diventa una lente deformante, un ambiente che lo costringe a guardarsi continuamente, fino a consumarsi.
«Quando il pensiero diventa controllo patologico? Qual è il punto di rottura?» Il punto di rottura arriva quando Magno smette di usare il pensiero per capire il mondo e comincia a usarlo per difendersi da esso. È un passaggio quasi impercettibile: un giorno l'idea ti serve, il giorno dopo ti comanda.
«Come va interpretata la figura di Dio nel titolo?» Dio è un simbolo, non un personaggio. È l'immagine di un Assoluto che Magno cerca per placare il caos interiore. Ma più tenta di afferrarlo, più l'Assoluto si trasforma in angoscia. È la metafora di un bisogno umano: dare un nome a ciò che ci supera.
«Lo stile del romanzo è molto particolare. Quanto è stato difficile restituire la mente ossessiva del protagonista?» La difficoltà era non cadere nella ripetizione sterile. Ho cercato un ritmo che imitasse l'ossessione senza soffocare il lettore: frasi che tornano, immagini che si deformano, un linguaggio che si avvolge su se stesso. È stato un lavoro di sottrazione più che di aggiunta.
«Hai temuto che il lettore potesse prendere distanza da un personaggio così turbato?» Sì, l'ho temuto. Ma credo che la vulnerabilità, se raccontata con sincerità, crei vicinanza. Magno è confuso, ma autentico. Non chiede di essere amato: chiede di essere visto. E spesso è proprio questo che ci lega ai personaggi più fragili.
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